di GIULIANO ALUFFI
Dopo le vicende del precedente Il bosco morto, Turner è diventato aiuto sceriffo a Cripple Creek, cittadina del Tennessee. Il ritrovamento di un mucchio di dollari nell'auto di un malvivente fermato per eccesso di velocità dà il via a un'indagine insidiosa, con finale tragico e inaspettato. Ma la trama non è l'elemento più importante di La strada per Memphis, è solo ciò che tiene insieme le scene tratteggiate con maestria da un Sallis che illumina con dialoghi taglienti e malinconici un panorama umano in cui dolore e speranza sono incatenati insieme dal filo dei ricordi. Di ciò che è stato, di ciò che non sarà mai più.
Che posto riserva nella suoa bibliografia ai tre romanzi con Turner?
«Gli scrittori amano mettere ostacoli sul proprio cammino, e io non faccio eccezione. Nella trlogia di Turner la mia sfida era rendere credibile un personaggio così complesso: un veterano del Vietnam, uno che da poliziotto ha sparato al suo partner ed è finito in prigione per anni, studiando in cella per diventare psicoterapeuta. E poi volevo raccontare l'estinzione delle piccole città americane del Sud, l'eclissi di quel modo di vivere».
Perché le ambientazioni del Sud statunitense danno così tanto al mystery?
«Il sud rurale suggerisce l'illusione di un cultura persistente, eterna perché reazionaria e lussureggiatne come le paludi della Louisiana e i delta fluviali boscosi dei primi pittori americani. In questo paradiso i mystery portano più di un serpente, infrangono l'ordine violandolo con l'irreparabilità della morte».
Qui il finale richiede una certa partecipazione attiva del lettore per la sua non linearità...
«Insegno scrittura a Phoenix, e una delle cose su cui insisto molto con gli studenti è la potenza evocativa delle cose non dette. Bisogna lasciare al lettore spazi che lo risucchino nel romanzo. Devono attirare il lettore per colpirlo quando è abbastanza vicino».
D, La Repubblica delle Donne
04-10-2008