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INTERVISTA A JAMES SALLIS

INTERVISTA A JAMES SALLIS

di SEBASTIANO TRIULZI
 
La devozione di James Sallis per il poliziesco americano, per quella estensione della letteratura di frontiera reinventata per primi da Hammett e Chandler e poi consacrata dai grandi interpreti dell'hardboiled, data al tempo in cui abitava a Londra - «due stanze, niente riscaldamento» - negli anni della gioventù, e lavorava per una rivista di fantascienza che si chiamava New Worlds. Come lui stesso racconta, infilava le monete nel contatore della stufa elettrica e «munito di infinite tazze di tè» si metteva a leggere quegli autori che aveva lasciato a casa, dall'altra parte dell'Oceano. Da allora, questo scrittore nato a Helena, in Arkansas, nel 1944, traduttore di poesie dal francese e dal russo, autore di una biografia di Chester Himes e melomane indefesso, si è dedicato a recuperare i codici che attraversano il genere hardboiled facendone l'ossatura dei suoi polizieschi, sospinto dall'idea di trovare una sintesi tra romanzo di largo consumo e letteratura alta: «Questi sono i miei punti di riferimento - confessa - questo è il vocabolario che adopero per raccontare le mie storie».
Sia che si tratti di riprodurre il vigore e l'impeto delle riviste pulp (Drive), sia che ammicchi ai noir classici come nella serie dell'investigatore nero Lew Griffin, per Sallis quel che conta è la ricerca esistenziale, il tentativo di ridefinire costantemente sé stessi. Ne Il bosco morto (Giano) Turner è un ex detective della polizia di Memphis, con una laurea presa in carcere e anni di lavoro come psicologo alle spalle, che si rifugia ai margini di una piccola città del Tennessee cercando di riempire i vuoti della propria vita.
Di solito gli scrittori condannano i loro detective alla solitudine, forse per mostarne il grado di isolamento rispetto al potere o alla società. Lei non è da meno: il suo protagonista si auto esilia in una capanna ai piedi di un lago.
«Il grande tema della vita americana risiede nel conflitto tra chi diventa un membro effettivo della società, partecipandovi attivamente, e chi invece si pone ai margini, fuggendo da ogni forma di aggregazione. È qui che inizia la nostra letteratura - con James Fenimore Cooper, con Thoreau, con Huckleberry Finn. Nella figura del fuorilegge, del gangster o dell'investigatore privato sopravvive ostinatamente quel mito del cowboy che rappresenta ancora il cuore della cultura americana».
Come in altri suoi romanzi, ne Il bosco morto sono presenti due strati narrativi alternati e cronologicamente sfasati. Perché è così affascinato da questo tipo di struttura?
«È una tecnica che deriva dall'utilizzo di flashback e piani temporali mescolati alla rinfusa, che ho impiegato pure nei noir con Lew Griffin, dove ci sono anche sequenze che anticipano il futuro. In ogni momento noi viviamo in tre tempi diversi: nel passato, grazie a ricodi e pensieri che sono il risultato della nostra storia personale; nel futuro, attraverso progetti e fantasie; e, ovviamente, nel presente. Il mio intento è delineare l'intera vita di un uomo. Voglio includere, in ciascuna storia o personaggio, in ciascun capitolo o frase, quanto più possibile del mondo».
Sembra nutrire un amore incondizionato per l'hardboiled, e la ripresa di alcuni temi e motivi ne è una chiara prova. Eppure i suoi inizi avvengono sotto il segno della fantascienza.
«Sì. Nel 1968 Michael Moorcock mi chiamò a Londra per lavorare a New Worlds, che allora andava pubblicando le pietre miliari della produzione di James Ballard, Brian Aldiss e molti altri. Fino a quel momento avevo scritto forse tre racconti, e non avevo idea di quel che stavo facendo. Come redattore però me la cavavo. Mike era un grande estimatore di Hammett e Chandler. Fu lui che mi passò i loro libri».
Per Chandler il pregio di Hammett consiste nell'aver gettato il delitto nei vicoli delle città, nel non aver avuto paura del lato sporco delle cose. Il richiamo che ancora esercita il racconto dell'indagine nasce da qui?
«Credo che la letteratura poliziesca, e in particolare il noir, condividano con la fantascienza l'immdiatezza dell'effetto. Entrambe queste forme narrative attingono a piene mani da quel pozzo di archetipi presente in ognuno di noi, e nel quale sono sommersi i nostri miti più antichi, le nostre paure e speranze più profonde. Sono come dei sogni non ancora completamente formati che tuttavia pulsano di vita, e ai quali lo scrittore di genere è come se avesse un accesso privilegiato».
A tre icone dell'hardboiled come Himes, Thompson e Goodis ha dedicato un saggio intitolato Vite difficili. Che cosa la spinse a indagare le opere di autori rimasti fuori catalogo per anni?
«Quando tornai negli Stati Uniti continuai a cercare l'elettricità e l'oscurità che avevo trovato in Hammett e Chandler. E così arrivai agli scrittori che pubblicavano in paperbacks. Gran parte delle opere di genere degli anni Quaranta e Cinquanta erano incredibilmente sovversive: mettevano in luce la parte viscerale dell'immaginario americano, quell'universo separato e nascosto che ancora resisteva nella cultura popolare. Chester Himes mi affascinò fin da subito: polemista, esiliato, biografo di sé stesso, autore di romanzi letterari nonché cronista della storia degli afro americani. Ogni età ha i suoi fuorilegge letterari».
In effetti, Himes è una specie di faro. L'idea del noir come commento di ordine morale sulla realtà è una costante della sua narrativa. Con Lew Griffin ha aperto una porta sull'incubo americano dello scontro razziale.
«Non l'ho fatto in modo programmatico. Ho scritto il mio primo romanzo per confrontarlo con una immagine che mi assillava: un uomo in una pompa di benzina, di notte, che bisbiglia a un altro seduto ai suoi piedi. Volevo sapere chi fossero quei due. Dopo una trentina di pagine, e solo allora, capii che il mio protagonista era un afro americano. L'arte è un veicolo ideale per questioni così complesse e rappresenta un correttivo del sapere popolare e del riduttivismo della storia. L'incubo americano non risiede nel razzismo ma nel divario sempre più ampio tra l'immagine che abbiamo di noi stessi e le reali condizioni della vita quotidiana».
Tra gli scrittori noir ci sono quelli prigionieri delle loro ossessioni e quelli che raccontano un mondo sgradevole, offrendo indizi per penetrarlo. I critici l'hanno messa nel secondo gruppo.
«Non posso dirmi d'accordo, anche se ne sono lusingato. L'aspetto principale dei miei romanzi è che sono colmi di speranza: posti di fronte a vite spaventose, segnate da sconfitte e abusi, i miei personaggi diventano, nonostante tutto, delle brave persone. Degli individui speciali, anche se solo in una certa misura: loro sono, in finale, ognuno di noi».
Lei è anche un esperto jazzista. Suona abilmente violino e chitarra, ed è un accanito fruitore di blues. C'è una relazione diretta, nella sua prosa, tra parola e musica?
«Assolutamente. Ho iniziato come poeta, e quella sensibilità verso la lingua è rimasta cruciale. Scrivo improvvisando, allo stesso modo del musicista che gioca con un tema musicale, elaborandolo e modificandolo, sempre cercando di vedere cosa c'è lì. Raramente so in anticipo quel che avverrà nelle pagine successive: la sfida e il divertimento sono tutte qui, nello scoprire le cose. Qualunque siano le nostre grandi intenzioni non dobbiamo mai dimenticare che l'arte è un gioco».
 
La Repubblica
29-03-2008 

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