di DANIELE ABBIATI
«Corre voce che lei porta le corna». «Ma io non ho moglie...». «Appunto, ed è per questo che non ci ho creduto». Il presunto cornuto è Spina, direttore della Provincia. L'altro è Il commissario Pepe, memorabile figura di borghese molto meno che piccolo piccolo, addirittura microscopico fino a essere invisibile. Il funzionario, integerrimo nella sua inutilità, dà il titolo al romanzo di Ugo Facco De Lagarda datato 1965 che fra pochi giorni tornerà (era ora...) in liberria (Giano, pagg. 136, euro 14, postfazione di Alessandro Scarsella).
Primavera del '64. Siamo a Vicenza? Oppure a Treviso? Comunque sia, in un capoluogo del Nord-Est, fiorente di piccole aziende ma appassito in una sonnolenza da cui nulla può svegliarlo. E sul tavolo di Pepe giungono, fulmini a ciel sereno, due incartamenti scottanti. Portano i titoli «Villa Norma» e «Piazza Cavour 113». A quegli indirizzi, pare, il comune senso del pudore non sta di casa. Bisbigli, voci, chiacchere, mezze parole. Che fare? Aggiungere pepe (appunto...) a quei piatti saporiti? Oppure archiviare seduta stante? Il commissario sceglie la via mediana: sarà un'indagine a tempo, due settimane, dal 20 aprile al 5 maggio, non di più. Poi, comunque vada, tutto tornerà come prima.
Amaro, farsesco, drammatico e comico ritratto di un'Italia in bilico fra boom economico e tradizione fancazzista, questo è un libro senza tempo, buono per tutte le stagioni, anche la nostra. Perché frugare nei letti altrui, per professione o per piacere, resta uno sport nazionale persino più popolare del calcio. La prosa scabra e graffiante dell'autore, cui basta un avverbio, un aggettivo, a descrivere il personaggio di turno, a trarlo fuori, per un momento, dall'anonimato del suo tran tran, ha un'efficacia prorompente. Il basso profilo della narrazione cinica ma puntigliosa, nella quale spicca la figura del Commissario Pepe, portato sul grande schermo da un magistrale Ugo Tognazzi nel film omonimo di Ettore Scola (1969) vale come certificazione del «così fan tutte» (e tutti). Scuola, clero, giustizia, esercizio, sport: ogni comparto, ogni interstizio della società che predica bene e razzola male è iscritto di diritto al festival del pettegolezzo e delle relazioni pericolose.
Ma in fondo, no... ma quale pericolo! Pepe, dopo un'esistenza grigia sulla quale spicca anche qualche macchia nera, ha maturato il sistema di vita «della non resistenza». Quindi non toglie il coperchio al pentolone dove cuociono, al fuoco lento e inesorabile dell'ipocrisia, i segreti altrui. Gli basta un'occhiata furtiva per trovare una conferma a ciò che già sa. E anche il suo mal di stomaco, quel dolore sordo e persistente che sollecita cattivi pensieri... meglio non approfondire troppo. Meglio non sapere. Fra sé e sé, Pepe, alla fine, pensa: «Lo scopo è stato raggiunto, la città non subisce scosse, la legge è andata a farsi benedire». Meglio, a farsi fottere.
Il Giornale
20-09-2009